Il premier Abiy Ahmed e le truppe eritree in Tigrai

Il premier etiopico Abiy Ahmed, dopo quasi cinque mesi di dinieghi, ha ammesso che in Tigrai ci sono truppe eritree, aggiungendo che, in occasione della sua ultima visita di stato ad Asmara, ha chiesto al presidente Isaias Afewerki di ritirarle. Quella che ha tentato di presentare come una “operazione verità” appare tuttavia meno di “mezza verità”. O, peggio, una piccola ammissione per nascondere la realtà del disastro in cui ha cacciato il Tigrai e l’Etiopia intera. Con il rischio di continuare ad alimentare scontri e tensioni che possono sconvolgere l’intero Corno d’Africa. Inclusa la prospettiva di un insanabile conflitto etnico. O forse più di uno.
Nella sua ammissione, infatti, Abiy ha trascurato una serie di punti fondamentali:
1. Non ha chiarito perché mai, per cinque mesi, sino alla fine di marzo, abbia sempre negato la presenza di truppe eritree in Tigrai (ovvero: truppe straniere in territorio etiopico), definendo “falsità” tutte le notizie che invece le segnalavano sempre più di frequente in diverse parti della regione, con un ruolo strategico e operativo di enorme rilievo.
2. Ha lasciato intendere che l’Eritrea sarebbe intervenuta a scopo preventivo, per anticipare cioè un eventuale attacco del Tplf. La realtà è diversa: risulta che le truppe di Asmara sono scese in campo fin dall’inizio della guerra (4-5 novembre 2020): emblematico l’attacco ad Humera, la città situata nel triangolo di confine tra Tigrai, Sudan ed Eritrea, bombardata da oltrefrontiera con salve di missili che hanno colpito indiscriminatamente l’intero abitato, incluso l’ospedale. Ovvero, un attacco che, per i tempi e i modi con cui è stato concepito e condotto, non sembra poter essere in alcun modo definito “preventivo” ma appare piuttosto dettato da una volontà di distruzione, annientamento, terrore.
3. Ammesso anche che da parte di Asmara si sia pensato a una guerra preventiva, non è stato specificato se e come l’intervento delle truppe eritree sia stato concordato con Addis Abeba. Con due conseguenze:
  • Se l’intervento è stato concordato, è chiaro che il conflitto in Tigrai non poteva (e non può) essere definito una “operazione di ordine pubblico” contro i leader ribelli del Tplf (come ha sempre sostenuto Addis Abeba), ma si tratta di una guerra che è allo stesso tempo civile e regionale, con il coinvolgimento di due Stati nazionali e quello di una regione autonoma interna a uno di questi due Stati.
  • Se, viceversa, l’intervento non è stato concordato, Abiy non ha spiegato come mai l’esercito etiopico non abbia reagito contro quella che sarebbe stata una vera e propria invasione del territorio nazionale e, dunque, una guerra non dichiarata ma condotta con estrema violenza (e con numerose vittime civili fin dall’inizio) da uno stato estero contro una regione etiopica e, dunque, contro l’Etiopia stessa. Anzi, alla fine di novembre 2020, dopo la conquista di Macalle, Abiy è giunto ad affermare che l’operazione interna di “ordine pubblico” si era conclusa senza che si lamentassero vittime tra i civili.
4. Tutte da chiarire anche le affermazioni sulla zona invasa dalle truppe eritree. Abiy ha sostanzialmente riferito che si sarebbero limitate a occupare una ristretta fascia lungo il confine, come a creare una “striscia cuscinetto” di sicurezza e difesa contro eventuali attacchi tigrini. In realtà le truppe eritree si sono spinte in tutta una vasta zona nel nord del Tigrai, arrivando oltre Axum e molto a sud di Adigrat (la seconda città del paese), fin quasi a Macalle. Sicuramente hanno preso il controllo, tra l’altro, di tutto il territorio dove erano due dei quattro grandi campi profughi che ospitavano i rifugiati eritrei: Shimelba e Hitsats, con oltre 20 mila ospiti.
5. Totalmente ignorata la vicenda dei numerosi rifugiati dei campi di Shimelba e Hitsats uccisi o costretti a rientrare in Eritrea nonostante, in base al diritto internazionale, fossero sotto la tutela e la protezione dell’Etiopia. In questo modo Addis Abeba ha consentito o addirittura si è resa complice della riconsegna di numerosi profughi proprio a quella dittatura da cui erano perseguitati e da cui erano riusciti a fuggire. Profughi di cui tuttora non si conosce la sorte.
6. A parte qualche generica promessa di “fare giustizia”, silenzio pressoché completo sui numerosi, pesantissimi crimini di guerra e contro l’umanità attribuiti in gran parte proprio alle truppe eritree, incluse stragi di civili inermi, stupri seriali, il massacro di Axum, la distruzione sistematica degli ospedali e dei centri medici, la devastazione di gran parte delle aziende e dei centri produttivi, il saccheggio e la distruzione delle riserve di cibo e medicinali, gli attacchi indiscriminati anche contro monumenti simbolo, chiese, moschee. E il pesante sospetto di una vera e propria pulizia etnica.
7. Non è stato specificato in quali tempi e come le truppe eritree verranno ritirate dal Tigrai e in particolare, da quale data è previsto l’inizio dell’evacuazione richiesta. Isaias Afewerki, per parte sua, non risulta che abbia detto una sola parola per confermare il rientro in patria del suo esercito.
8. Non è stato specificato a quali condizioni Afewerki avrebbe accettato di ritirare le proprie truppe dal Tigrai. Né se hanno fondamento le voci di concessioni territoriali nella regione da parte di Addis Abeba ad Asmara. Né, ancora, se queste eventuali concessioni siano previste già nel trattato di pace firmato nel luglio 2018 o se si tratta di concessioni ulteriori.
9. Non è stato specificato se Addis Abeba consideri comunque una invasione la presenza delle truppe eritree in Tigrai e che cosa intenda fare se Asmara non le ritirerà quanto prima.
10. Ignorate le dichiarazioni rese circa due mesi fa, allo stato maggiore dell’esercito, da Isais Afewerki, secondo cui la presenza dei reparti militari eritrei in Tigrai si sarebbe protratta a lungo perché, in caso di ritirata, l’esercito federale etiopico non sarebbe stato in grado di far fronte alla resistenza delle truppe del Tplf. Resta da chiarire cioè, alla luce di questa dichiarazione, se il ritiro promesso delle divisioni eritree sarà rapido e totale o se al momento sia solo teorico oppure se, almeno in questa fase, sarà magari “simbolico”: un disimpegno molto parziale, con il mantenimento in Tigrai del grosso dei reparti di Asmara, magari con la “copertura” di un nulla osta e sotto il “comando teorico” di Addis Abeba.
11. Silenzio sulla presenza di truppe eritree che, secondo ripetute segnalazioni del governo di Khartoum, sarebbero schierate anche al confine con il Sudan, fianco a fianco con quelle federali eritree e con le milizia ahmara.
12. Nessun chiarimento sul futuro assetto del Tigrai che, a quanto pare, rischia di essere quasi cancellato di fatto come entità regionale per la contemporanea invasione/occupazione di numerose province da parte delle milizie ahmara a ovest e delle truppe eritree a nord. Le milizie ahmara hanno già dichiarato che non intendono ritirarsi, poiché considerano le zone occupare parte integrante della loro regione. Quali saranno l’atteggiamento e le eventuali pretese di Asmara?
Alla luce di questi interrogativi rimasti in sospeso, le dichiarazioni rese da Abiy hanno l’aria di un tentativo tardivo e maldestro di “scaricare” Isaias Afewerki o comunque di tirarsi fuori dal baratro nel quale sono precipitati lui stesso e soprattutto l’Etiopia. Un disastro che sarebbe testimoniato, secondo diversi dossier, da oltre 50 mila morti, almeno 75 mila profughi fuggiti in Sudan, 2 milioni di sfollati interni, 4,5 milioni di persone (due terzi della popolazione) che non hanno più di che vivere, distruzioni enormi. In una parola: una intera regione rasa al suolo.
Sembrano esserci elementi più che sufficienti per una inchiesta e un eventuale, successivo processo di fronte alla giustizia internazionale. E il dichiarato ritiro delle truppe eritree dal Tigrai non sminuirebbe le responsabilità: sia quelle già emerse, sia quelle che potrebbero continuare ad emergere.
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