Fra Iran, Turchia, Azerbaijan: la Rivoluzione dove meno te l’aspetti

Quanto tempo è che non si sente parlare di una rivoluzione democratica? Dei cittadini che invadono le strade e pretendono le dimissioni di una figura autoritaria nel nome del potere al popolo, del ritorno a un principio di responsabilità e rappresentanza? E dove meno che mai si sentono echeggiare i canti e i tamburi di una rivoluzione pacifica nel nome dei diritti? Là dove meno ce lo si poteva aspettare, improvvisamente la stagnazione economica e la continuità ottusa e prepotente del potere hanno dato il proprio frutto più inatteso: una rivoluzione di velluto nel cuore dell’Eurasia, in Armenia.
Ci troviamo nel pieno degli eventi, in questi giorni. Lontana dall’attenzione di quei media che tanto spazio avevano dato alle rivoluzioni colorate, isolata ed asincrona rispetto ai moti dell’ultima decade, l’Armenia sta maturando la propria epifania civica, circondata da una critica cautela di vicini e meno vicini che tutto avrebbero voluto meno che una prova di forza popolare antigovernativa coronata da successo: i confinanti Iran, Azerbaijan eTurchia, e il protettore storico, la Russia.
La Rivoluzione di Velluto 2018

Ne avevamo già parlato su Tempi Moderni ( http://www.tempi-moderni.net/2018/04/20/tensioni-ai-bordi-deuropa-che-succede-in-armenia/): una grottesca farsa, forse anche ben organizzata ma mal gestita, aveva portato l’ex Presidente Serzh Sargsyan a divenire – al termine del secondo mandato – Primo Ministro dell’Armenia, attraverso una riforma costituzionale rivelatasi una macchinazione ad personam. La reazione popolare non s’era fatta attendere, e grazie all’energia centripeta e organizzativa di Nikol Pashinyan una massa critica di abitanti riusciva a tenere in scacco la capitale, e a estendere la protesta in varie aree del paese. Il 23 aprile la protesta ottiene il primo, grande successo: Sargsyan rassegna le dimissioni. Accetta pubblicamente di non essere gradito dal proprio popolo e cede la premiership, durata una settimana. Una scelta quasi obbligata: i soldati si univano ai manifestanti, la protesta nonostante la repressione aumentava invece di scemare. Il 24 aprile segna la commemorazione del genocidio armeno. Nella situazione che si era creata la mobilitazione che segue le ricorrenza avrebbe posto problemi di ordine pubblico ingestibili nella capitale. E se Sargsyan fosse ricorso all’uso nella forza – come paventato nell’unico incontro fra lui e Pashinyan – durante la ricorrenza, avrebbe macchiato se stesso e il proprio governo di un’onta indelebile non solo nella storia del paese, ma dell’intera memoria della nazione armena. Ma i giochi non sono conclusi con le dimissioni, e ben lo sa Pashinyan, che ha alle spalle non solo altre mobilitazioni, ma anche una decennale vita parlamentare, e conosce i rapporti e forza e il peso politico-economico della maggioranza cui si oppone. Nessun compromesso da parte sua sul futuro del paese: il premier deve essere lui e ci devono essere nuove elezioni. Valuta che in alternativa un nuovo governo non potrebbe che rimanere incastrato in poteri ormai troppo consolidati –se non criminalizzati-, per accettare di riformarsi dall’interno. Un governo espressione della maggioranza in carica, quella del Partito Repubblicano, non potrebbe che finire con lo smorzare le aspettative della piazza e rimanere invischiato in lotte di interessi inscalfibili, se non sotto l’urgenza di una pressione popolare vigile e implacabile. E questo lo riesce a ottenere tenendo gli armeni nelle strade, attraverso i festeggiamenti per la prima vittoria, e l’attesa per l’elezione del nuovo premier. Si candida, raccogliendo i pezzi di parlamento dell’opposizione e della coalizione di maggioranza di tutti i topi che abbandonano la nave che affonda, e lo è anche il Partito Repubblicano, alla guida del paese dal 1998. Ma il Partito Repubblicano barcolla ma non molla: decapitato, senza un candidato Primo Ministro, durante una maratona elettorale, una sessione fiume di 10 ore, prova il tutto per tutto per delegittimare Pashinyan, che alla fine il 1 maggio non ce la fa ad essere eletto. Si  apre la seconda crisi di governo, mentre la leva del potere rimane in mano al repubblicano governo ad interim di Karen Karapetyan. Ma l’Armenia è già un altro paese da quello che era il mese prima. Gli stessi cittadini cinici e svogliati, votati scetticamente all’antipolitica hanno seguito come fosse la partita della vita le 10 ore di dibattimenti parlamentari, e il giorno dopo sono in piazza più di prima. E la macchia d’olio della protesta si estende ancora: dal nucleo originario di studenti, include ora diverse categorie di mestiere, fino a quelle chiave dei trasporti, anche aeroportuali.

Un paese bloccato, da una parte. Una classe politica sempre più votata al si salvi chi può, in mezzo. E dall’altra parte una fetta esigua di potenti, isolati e delegittimati, una cinquantina di repubblicani seduti in una stanza di parlamento, come una bolla d’aria che galleggia sul fiume di manifestanti. Una realtà instabile e insostenibile, che porta il partito Repubblicano a dichiarare il 2 maggio che non si opporrà all’incarico di un candidato proposto da un terzo del parlamento. E questo è il bivio su cui ci si trova ora: l’8 maggio, data del secondo voto in Parlamento, si sta per svoltare verso l’Armenia di Pashinyan.

Un contesto regionale ostile. La guerra non risolta per il controllo del Nagorno-Karabakh ( http://www.tempi-moderni.net/2017/05/29/una-storia-caucasica-larmenia-e-la-guerra-del-karabakh/), i rapporti diplomatici inesistenti con la Turchia hanno decretato un isolamento che è ormai strutturale nella politica estera regionale dell’Armenia. Tre quinti dei suoi confini terrestri sono chiusi, rimangono aperti solo con la Georgia e con l’Iran. A questo aspetto strutturale si aggiunge ora un elemento congiunturale: pacifica, gioiosa, anche ironica che possa essere, nell’estesa accezione della parola, quella che si sta consumando in Armenia è una rivoluzione. Una rivoluzione di velluto, appunto. Non lo nasconde Pashinyan, e l’hanno definita così quasi da subito i media russi. Nulla di più scomodo in un contesto in cui l’idea di rivoluzione – come quella di alternanza – non sono molto tollerate. Iran, Azerbaijan e Turchia tutto vogliono meno che filtrino dai confini strane fantasie di proteste antigovernative con rovesciamento delle cariche politiche in carica. E questa è solo la prima fascia, per così dire, quella dei confinanti. Poi ci sono i rapporti con la Russia. Una Russia cautissima, e inusitatamente delicata nel trattare quanto sta accadendo. Niente toni accesi, da parte del Cremlino, niente spettri da agitare di Maidan,complotti euro-atlantisti. Finché s’è potuto, silenzio (e il più assordante rimane quello iraniano), poi una sorta di benevolo sostegno di facciata, sempre ribadendo che comunque una maggioranza c’e’, e che quella deve rimanere. Una maggioranza che peraltro ha ottimi rapporti con Mosca, cosa che Pashinyan, almeno nei propri trascorsi politici, non può vantare. Ma anche lui sa che bisogna camminare sulle uova: il successo della rivoluzione passa necessariamente attraverso il non etichettarla geopoliticamente. Indipendentemente dai suoi orientamenti come politico sa che la rivoluzione salterebbe, se divenisse anti-russa e filo-europeista. E quindi non lo diventerà. Lo dice lui, lo dicono a Mosca: è una questione interna armena. E finché rimane tale, nessuna organizzazione cui l’Armenia fa parte (e fanno capo a Mosca) interverrà.

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