L’Ecologia lungo la Nuova Via della Seta Sesta Parte – Tagikistan

In Tagikistan si conclude il passaggio in Asia Centrale di questo breve e non esaustivo viaggio ecologico lungo la Nuova Via della Seta. La tappa tagica permette di parlare di un paese assai interessante nel quadro dello Spazio Post-Sovietico. A differenza degli altri Stans che parlano lingue turcofone, il tagico è un dialetto persiano parlato in un’area abitata da millenni, terra di conquista dei grandi condottieri della storia, da Alessandro il Macedone a Tamerlano, passando per Gengis Khan. Il Tagikistan è paese montano – come il Kirghizistan http://www.tempi-moderni.net/2019/11/13/lecologia-lungo-la-nuova-via-della-seta-quinta-parte-kirghizistan/ – per non meno del 90% del proprio territorio, e incuneato fra Afghanistan, Cina, Kirghizistan e Uzbekistan. Il 50% del paese è sopra i 3000 metri di una delle più splendide catene montuose del pianeta, il Pamir. Un dedalo di corsi d’acqua, 900 dei quali non più lunghi di 10 km, attraverso la sua area, la più piccola dei paesi centro asiatici. Contenuta anche la popolazione, circa 10 milioni di persone.

Industria mineraria e inquinamento
Oro, antimonio, tungsteno, mercurio: questi solo alcuni degli estratti delle miniere tagiche, e tutti noti per i residui tossici che lasciano. In particolare il complesso di Regar/Turzunsoda ad ovest della capitale Dushanbe e vicino al confine con l’Uzbekistan si è distinto negativamente. Vi si tratta l’alluminio la cui produzione, come è noto, è altamente inquinante.
Tursunzoda era in origine il villaggio di Regar, che significa “una città sulla sabbia”, ribattezzato con il nome del poeta nazionale tagiko, Mirzo Tursunzoda. Centro agricolo per la produzione di pompelmo, verdure e cotone grazie all’abbondante irrigazione dei fiumi locali, contribuisce a più del 10% della produzione di riso nazionale. L’impianto di fusione di alluminio è il più grande in Asia centrale, e forse al mondo. La costruzione dell’impianto vero e proprio è iniziata nel 1972 e il primo versamento di alluminio ha avuto luogo il 31 marzo 1975. Consuma il 40% dell’energia elettrica del paese e uno studio del 2002 lo ha ritenuto responsabile di un notevole inquinamento da fluoro nelle regioni e nell’aria. La produzione di alluminio contribuisce notevolmente alle emissioni di gas serra. Uno studio molto completo della Commissione Onu per l’Economia Europea del 2017 (http://www.unece.org/fileadmin/DAM/env/epr/epr_studies/ECE.CEP.180.Eng.pdf ) conferma che la produzione di metallo ha contribuito all’80% delle emissioni di CO2 nel 2010.
La ripresa e sviluppo dell’industria mineraria ha causato un incremento della produzione di rifiuti di undici volte, da 111.400 tonnellate nel 2010 a 1.267.646 tonnellate nel 2014. La quantità di rifiuti generati dall’industria leggera sarebbe salita alle 10.301 tonnellate nel 2010 a 1.107.549 tonnellate nel 2014. Un tale aumento può essere parzialmente spiegato da una migliore raccolta di dati.
Rimangono però non disponibili i dati e le stime sugli scarichi industriali delle acque reflue e sull’inquinamento delle acque sotterranee e superficiali associato. Non vi sono informazioni sull’assorbimento del suolo da parte delle strutture industriali e sul degrado del suolo e sulla contaminazione del suolo causati da attività industriali. Fiumi quali il Kofarnihon, lo Zarafshon, il Vakhsh attraversano aree molto inquinate e portano gli inquinanti fino all’Amu Darya.
Dalla tigre al ghiacciaio: la valle di Vakhsh
Nel 1938 nasceva la riserva naturale Gola della Tigre. La riserva si estende per 40 km vicino al confine afgano, dove il Vakhsh e il Panj si uniscono per formare l’Amu Darya, il fiume che più ha accompagnato questa dissemina sull’Asia Centrale (Si vedano http://www.tempi-moderni.net/2019/10/11/lecologia-lungo-la-nuova-via-della-seta-i-parte/, http://www.tempi-moderni.net/2019/10/26/lecologia-lungo-la-nuova-via-della-seta-terza-parte-uzbekistan/ e http://www.tempi-moderni.net/2019/11/06/lecologia-lungo-la-nuova-via-della-seta-quarta-parte-turkmenistan/). La riserva è la più grande in Asia centrale e ospitava l’ormai estinta tigre caspica, oltre a un gran numero di specie rare, dal cervo di Bukhara alla iena tigrata, dal gatto della giungla alla gazzella dalla coda nera, al lupo grigio e piante che vivono di un clima da caratteristiche uniche: il leggendario ecosistema tugai o tokai asiatico.
Già la costruzione di una diga negli anni ’60 aveva cominciato a causare importanti danni a questo ecosistema unico, ma è stata soprattutto la deforestazione dopo la dissoluzione dell’URSS ad avere l’impatto maggiore. In tutto il paese il tasso annuale di deforestazione causato dal pascolo intensivo e dalla raccolta illegale di legna da ardere è superiore all’incremento e alla capacità di rigenerazione della biomassa naturale della foresta. Si stima che l’area delle foreste di ginepro in Tagikistan diminuisca del 2-3% circa all’anno a causa del disboscamento e del pascolo intensivo del bestiame. Per quest’ultimo fattore nelle foreste di pistacchi la loro naturale rigenerazione non è più possibile. Alcune specie animali rare e in pericolo perché considerate particolarmente attraenti per la caccia ai trofei sono soggette a “caccia limitata” legalizzata, comprese le aree protette. Ma la quota per le specie di caccia è basata su stime approssimative poiché le informazioni attendibili sulla dimensione effettiva delle popolazioni di specie sono limitate, così come i dati sul bracconaggio. Questo non riguarda solo la Gola della Tigre, ma si estende ai tre milioni di ettari di aree protette che rappresentano circa il 21,58% del territorio del Tagikistan. Il parco nazionale di Tajik è stato iscritto nel patrimonio mondiale Elenco nel 2013, diventando il primo sito naturale patrimonio mondiale nel paese. Altre cinque aree naturali sono al vaglio dell’UNESCO, che dimostra il grande potenziale naturalistico del paese, se preservato. (un po’ di foto a 360 gradi si trovano qui https://www.google.com/maps/place/Tajikistan/@38.26631,72.6070567,3a,75y,347.99h,98.83t/data=!3m8!1e1!3m6!1sAF1QipPmqV_u4V_ufaL5tDW-toli0ruPTci4P9j_cs2s!2e10!3e11!6shttps:%2F%2Flh5.googleusercontent.com%2Fp%2FAF1QipPmqV_u4V_ufaL5tDW-toli0ruPTci4P9j_cs2s%3Dw203-h100-k-no-pi-0-ya65.912476-ro-0-fo100!7i10240!8i5120!4m13!1m7!3m6!1s0x38b176737abcb3cd:0x25c331844f1988b5!2sTajikistan!3b1!8m2!3d38.861034!4d71.276093!3m4!1s0x38b176737abcb3cd:0x25c331844f1988b5!8m2!3d38.861034!4d71.276093?hl=en)
Ma la minaccia arriva anche da un fenomeno che nessun paese può controllare da solo, il riscaldamento globale. Il Vakhsh è alimentato dai ghiacciai del Pamir, una delle regioni più sensibili al mondo ai cambiamenti climatici. Alcuni ghiacciai che alimentano il Vakhsh si sono ritirati, fra di essi il ghicciaio Fedchenko si sta sciogliendo a una velocità di 16-20 metri all’anno. Secondo Oxfam International, fino al 30% dei ghiacciai del Tagikistan potrebbe ridursi o scomparire nel giro di due-tre decenni (https://www-cdn.oxfam.org/s3fs-public/file_attachments/tipping-point-climate-poverty-tajikistan_3.pdf)
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